Carlo e Licia

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giovedì 20 dicembre 2018

Licia Collobi e la poesia, 2 - Luigi Broggini, 2.

Aver indicato nel post (8 maggio 2017), in cui ho parlato della costante attenzione di lettura e critica di mia madre verso la poesia, che esso era la “prima parte” è stato da parte mia un po' azzardato in termini classificatori, se non altro perché una cosa è conoscere l'interesse, la predilezione, un'altra è dimostrarlo e documentarlo dandone resoconti dettagliati. Difatti ho avuto qualche difficoltà a organizzare questa seconda puntata, disponendo di materiali incontrovertibili ma non della reazione puntuale di più o meno e quanto gradimento riponesse Licia Collobi in molti di quei componimenti poetici.
Quel che è comunque certo è l'assidua passione per l'espressione poetica manifestata sempre e continuativamente in osservazioni, citazioni, richiami con me (e, presumo, gli altri figli all'occorrenza) quando si sincerava della preparazione scolastica. In certi casi lei recitando a memoria i testi contenuti nelle antologie, mi spronava a seguirne le cadenze, a capirne la struttura e il significato. Capitava poi non di rado che trattenesse presso di sé per qualche ora o giorno il libro (fosse di letteratura italiana, latina, greca o francese) per leggerne anche le parti di solito non approfondite dagli insegnanti e ignorate da noi scolari. Capitava anche che a fronte delle lacune nell'esposizione delle mie scombinate e onnivore letture in certi pomeriggi nei quali mi rifugiavo nel suo studio o quando – più spesso purtroppo – ero al suo capezzale per farle compagnia durante una delle frequenti indisposizioni polmonari che l'affliggevano, lei mi leggesse o recitasse a memoria brani per farmene capire l'intonazione, il giusto significato. Succedeva anche che poi proseguisse con altri testi, altri autori che le stavano a cuore. Anche sul finire della sua vita travagliata, quando era praticamente allettata e ipovedente prima delle operazioni, scacciava apprensione, tristezza, noia col recitarsi a memoria poesie, traendone conforto evidente.
Nel post precedente ho ricordato la Collana Cederna, da me integrata, forse completata, quando lavoravo in Vallecchi che ne era il distributore, conservata nello scaffale custode dei libri da recensire per “SeleArte” o “Critica d'Arte”, dei libri particolarmente apprezzati e dei libri di poesia. Tra questi ultimi Leopardi, Foscolo (ed. Nazionale), D'Annunzio, (Carducci lo tenevo consensualmente tra i miei libri), traduzioni dei classici greci, antologie, e le belle e lussuose edizioni degli anni '50 dei classici italiani di Einaudi. Sempre quello scaffale, in un ripiano in basso, coperto un po' dalla scrivania, custodiva una scatola di metallo (non ricordo se già di biscotti o di cioccolatini) contenente praticamente buona parte dei piccoli o minuscoli libri editi da Scheiwiller col marchio “all'insegna del pesce d'oro” e altre edizioni di piccolo formato. Tra questi c'era anche il volume Non era un sogno, vi dico con uno scritto di Ferruccio Parri, poesie di Dylan Thomas, Tadeusz Rosewicz, Nazim Hikmet, Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Franco Fortini, Agostino Neto, Maria Banus, Bertold Brecht e disegni di Luigi Broggini (Edizioni di Corso Garibaldi – corrispondente all'indirizzo di Broggini – Milano, 1964). Si tratta di una scelta tematica, la guerra, che “è un grido di ribellione contro la bestialità demoniaca che squarta le madri e i bambini, che fa strage dei popoli” (scrive Ferruccio Parri). Riproduco il libretto qui di seguito perché di contenuti idonei alla meditazione e alla condanna anche nei mala tempora che viviamo o che ci aspettano a causa del tradimento e/o l'ignavia degli eletti a detenere, “amministrare” e preservare i valori e le speranze del popolo italiano qui da noi, della fratellanza umana anche altrove. A proposito di Luigi Broggini (si veda il post del 3 luglio 2018, che riguarda la sua attività con pernio sulla mostra “Arte Moderna in Italia 1915-1935”) oltre alla riproduzione dei disegni del 
libretto si rende nota una lettera di Carlo L. Ragghianti a Giuseppe Mazzariol (18 marzo 1976), nella quale mio padre dà un giudizio piuttosto lusinghiero dell'artista nell'ambito di una circostanza espositiva poco nota. Si riproduce anche un affettuoso ricordo dello scultore e poeta scritto da Gina Lagorio, cara persona oltre che notevole scrittrice e intellettuale – conosciuta personalmente dalla famiglia Ragghianti tramite le scultrice savonese Renata Cuneo – che strinse amicizia con i miei genitori negli ultimi anni della loro attività. L'articolo, datato 27 maggio 1982, mi pare provenga da “La Nazione” di Firenze a giudicare dai caratteri tipografici.
Va ricordato infine circa Licia Collobi che i tanti altri libri di poesie o di prose di poeti, prevalentemente di formato in 16°, erano conservati nei ripiani bassi, anche su due file parallele piuttosto sbilenche e in disordine. Tra essi numericamente consistenti le benemerite “Edizioni dello Zibaldone” promosse e curate amorevolmente dalla poetessa triestina Anita Pittoni, un'amica quasi esclusivamente di penna giacché mia madre nei 45 anni del suo dopoguerra sarà andata a Trieste non più di una decina di volte, quasi sempre a scappa e fuggi per funebri avvenimenti della sua famiglia. Oppure vi si recava d'estate – quando in città non c'era nessuno – per godersi Trieste in pace e la sua zia prediletta Maria Domazetovich, vedova Fasanella, dopo quella di un certo Raicich, parente dello studioso Marino residente a Firenze.
Come sempre con mia madre, anche nel caso della Pittoni c'è il problema della reperibilità della corrispondenza inviatale e incomprensibilmente di quella da lei spedita. Non so se e quanto del loro scambio epistolare sia presente nell'Archivio (che presumo esistere) della poetessa; di certo non so che fine abbiano fatto parte delle lettere ricevute dalla Pittoni o da altri corrispondenti. Mia madre non era presuntuosa ma era perfettamente consapevole della sua incidenza nella storia della cultura e, perché no, di quella sociopolitica. Poi va considerato che lei confidava nella sua prodigiosa memoria e che di conseguenza non conservava minute o copie salvo che di ciò che riguardava atti pubblici. Della sua corrispondenza familiare e giovanile era riuscita a salvare dai traslochi e dai saccheggi una parte dei documenti. Probabilmente su questa sua sconsiderata abitudine di non conservare con cura le corrispondenze personali ha inciso l'abitudine degli anni della cospirazione antifascista e della Resistenza in clandestinità di imparare a memoria tutto ciò che valeva la pena e di distruggere il superfluo. Certo era sopraffatta dall'esorbitante massa cartacea che ha sempre occupato le nostre abitazioni, ma non capisco perché avrebbe dovuto sacrificare soltanto le sue carte. Che tra parentesi sarebbero state utilissime perché con le persone lei riusciva a immedesimarsi nei loro problemi cercando di aiutarle a risolverli. Proprio i documenti che in genere mancano agli storici per dare resoconti psicologicamente attendibili. Ci penserò ancora a questo piccolo mistero, innocuo ma importante a illuminare la vera esistenza del prossimo. Perciò per conoscere tanti giudizi, atteggiamenti,opinioni non professionali di Licia Collobi non resta che affidarsi ai suoi corrispondenti sperando in una loro capacità conservativa e nei discendenti di chi non è stato archiviato ufficialmente.
Tornando ai suoi libri, comunque tra i miei disordinati scaffali e nel caotico Archivio ce ne sono diversi superstiti, allineati magari nel topografico (Friuli Venezia Giulia, soprattutto) o con gli Autori (Tobino,Bassani, ecc. ecc.). Il resto dovrebbe essere nella Biblioteca della Fondazione Ragghianti di Lucca, dove chi mi sopravviverà manderà quelli attualmente qui giacenti.
F.R. (ottobre 2017)






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