lunedì 15 ottobre 2018

La Strozzina, 1 - Atti e minicronaca 1948-1954.

Giorni fa mia nipote mi ha detto che abbiamo postato più di 200 articoli dall'inizio di questo blog (30 ottobre 2016). In un primo momento mi sono sentito male pensando alla mole enorme del materiale ancora da organizzare e riprodurre nonché al relativo lavoro di ricerca, di preparazione dei post, poi di scannerizzazione e impaginazione. Naturalmente la preoccupazione non deriva dal fare bensì dal “poterlo” fare, vuoi per motivi di salute, vuoi per lo scivolare inesorabile del tempo verso l'inevitabile. Poi per fortuna anziché la depressione senile è prevalsa una sorta di razionalizzazione dell'ineluttabile, ragion per cui ho cominciato a pensare come riuscire ad essere più efficaci ed efficienti, sempre che ciò sia possibile sic stantibus rebus. Tra tanti abbozzi di pensieri mi è venuto in mente che nei post del Blog e nei fascicoli di “SeleArte” IV serie, 1988-1999, è ricorso diverse volte il nome de “La Strozzina”, con accenni più o meno esaurienti circa la natura e l'attività di questo originale spazio espositivo ideato e promosso da Carlo L. Ragghianti nell'ambito delle più ampie attività dello Studio Italiano di Storia dell'Arte, anch'esso situato in Palazzo Strozzi a Firenze al secondo piano nel lato che affaccia su Via Tornabuoni. Verificando i materiali nel mio archivio ho riscontrato che avevo conservato buona parte degli originali o delle copie fino alla dismissione de “La Strozzina” 1971 e trattenuti in sede per una decina d'anni fino all'esaurimento italico di un ente senza attività e con personale (ridotto) nulla facente. Ragghianti fu estraneo a questo andazzo, naturalmente. Allora il segretario “perpetuo” Nino Lo Vullo li mandò alla Università Internazionale dell'Arte perché l'Azienda Autonoma di Turismo non volle recepire quasi niente di quell'archivio residuale. All'epoca ero disoccupato in seguito al tracollo più radicale del consueto stato di crisi della casa editrice Vallecchi che aveva coinvolto anche l'azienda “Sigla” di cui con l'amico e collega Adriano Gasparrini eravamo soci e dipendenti. Il contratto di sussidiarietà che ci consentiva di avere una base di sopravvivenza grazie alle realizzazioni editoriali che producevamo per Vallecchi cessando l'erogazione non ci consentì di continuare la nostra attività per certi versi abbastanza solida e soddisfacente. Le segretarie dell'Università dell'Arte, sopraffatte da queste carte inconsuete mi chiesero quale esperto di organizzare e smaltire il lascito che “La Strozzina” che invadeva il loggiato coperto di Villa Lemmi già Tornabuoni. Provvidi a separazioni e cernite preservando l'intera corrispondenza culturale superstite e gli atti ufficiali pensando di farli poi pervenire alla Fondazione che mio padre stava progettando a Lucca. Mollai quindi all'U.I.A. (che spazio ne aveva anche troppo) quasi tutti i pacchi di magazzino cataloghi e gli album documentari delle mostre e delle “Vetrine” che – sembra – fu in seguito ampiamente saccheggiato o svenduto. Rimasta la corposa ma discontinua documentazione amministrativa (fatture per allestimenti, rapporti con SIAE per ingressi alle mostre con biglietto a pagamento, ecc.), la sfogliai constatando che essa era stata (come per altro la corrispondenza) mutilata con l'asportazione dei francobolli e di molte firme prestigiose di artisti e personalità. La lasciai all'U.I.A. con la raccomandazione che fosse conservata con cura perché quel tipo di documenti col passare del tempo diventano sempre più importanti, qualche volta fondamentali. Spesso, infatti, possono rimanere le uniche testimonianze della attività avvenuta effettivamente in un Ente. Temo proprio che di ciò non rimanga molto, forse nulla, salvo le fotocopie o i pochi originali trattenuti, dopo averli fotocopiati per la conservazione con gli altri, perché ritenuti al momento utilizzabili per future indagini da parte di C.L.R. o mie. Questi residui sono comunque conservati nell'Archivio di Vicchio o in quello di Lucca recentemente ordinato con criteri professionali e disponibile alla pubblica consultazione, oltre ad avere immesso in rete l'elenco dei faldoni e il sommario del loro contenuto.  In conclusione adesso intendo qui documentare l'attività del primo quinquennio, il più “prolifico”, de “La Strozzina” con l'apposita pubblicazione voluta da mio padre. Utilizzo per questo l'opuscolo che fu pubblicato nel 1955, cioè il Rendiconto generale dell'attività svolta, che mi sembra esauriente. Penso 
comunque che valga la pena di riportare l'elenco che segue, non compreso nel Rendiconto e che si riferisce a “conversazioni critiche”, cioè a conferenze impegnative ed importanti, di cui purtroppo non esistono registrazioni (agli inizi degli anni Cinquanta al di fuori della Rai i registratori fonetici erano una rarità costosa) né altre documentazioni, nemmeno sotto forma di sommario. Essendo pubbliche manifestazioni è probabile esistano recensioni nei giornali di Firenze (“La Nazione”, “Il Nuovo Corriere”, “Il mattino”): impresa tutt'altro che semplice scovarli, ignorando persino le date degli avvenimenti. Forse qualche traccia può essere riscontrabile tra le carte degli illustri relatori. Non tra quelle di C.L. Ragghianti perché negli interventi oratori egli procedeva “a braccio”, con l'ausilio di una “scaletta” delle argomentazioni che intendeva esporre. Di questi appunti in Archivio a Lucca che ne sono un certo numero, ma non quella qui citata.
Quanto alle “conversazioni critiche” non elencate ma avvenute, ne ignoro il numero e i contenuti; alcune di esse, forse, possono essere individuate nelle carte degli oratori e da accenni indiretti o riferimenti nelle loro corrispondenze.



L'elenco cronologico delle “vetrine” consiste soltanto nel titolo essenziale, anche se il Catalogo – modesto di mole e di grafica, come allora s'usava – di molte di esse esiste (forse in Biblioteca Nazionale o al Vieusseux … ). Purtroppo a Lucca non credo ce ne sia una serie completa.
Non ricordo qui i collaboratori ordinari e straordinari non citati nella pubblicazione perché marginali oppure perché presenti negli anni successivi che circolarono in quelle stanze ospitali (com'era naturale per mio padre in generale e che accolsero dal 52 al 56 nel contiguo Studio Italiano di Storia dell'Arte anche la redazione di “SeleArte” col suo piuttosto fantomatico segretario P.C. Santini). Non ne parlo perché l'ho già fatto in qualche post, cosa che potrà avvenire di nuovo, o perché se taluni in seguito si vergognarono (come ad es. “il Ventilatore” © Alfredo Righi – poi “alto” dirigente mondadoriano) di aver collaborato con Carlo L. Ragghianti è miglior cosa ripagarli con la moneta dell'oblio.
F.R. (23 giugno 2018)


P.S. - Le tre pagine dattiloscritte con la macchina da scrivere di C.L. Ragghianti con sopra la scritta a matita (rossa nell'originale disperso) che seguono, rappresentano un documento contenente le
“origini” dell'Ente e scritto in data sconosciuta, presumibilmente attorno al 1949/50. Ci scusiamo per la pessima qualità del documento.
Postilla personale.

Alle elencazioni dell'opuscolo con il Rendiconto dell'Attività. Mancano solo i nomi degli uscieri che resero praticabili le iniziative de “la Strozzina” e che accompagnarono benevolmente la mia crescita dai 7 ai 26 anni. Uno sviluppo svoltosi fisicamente anche in Palazzo Strozzi dove ho passato un sacco di tempo. Ricordo ancora mattinate estive nelle quali presenziavo la loro modesta attività lavorativa e le molte discussioni e chiacchiere per me sovente formative nell'infanzia. Più tardi la mia presenza fu di studio, intervallato dallo loro compagnia. Ancor più numerosi i pomeriggi dedicati alla lettura di libri procurati dagli amici uscieri del Vieusseux, che anche fuori orario si intrattenevano in tornei di giochi di carte con i colleghi della Strozzina. Quando non studiavo o non leggevo, da bambino avevo di fatto il totale possesso del porticato del secondo piano dove giocavo (persino a palla!) o correvo a perdifiato, col sogno di vincere poi la Coppa del Provveditore agli Studi.
Alcune di queste persone mi furono amici; grandi amici come Paolo del Lungo (in seguito comandato esclusivamente allo Studio Italiano di Storia dell'Arte e factotum per le “relazioni” esterne di “SeleArte” e sempre legato alla nostra famiglia fino al suo pensionamento negli anni Settanta). Altri furono in vero fieri antipatizzanti come Faliero Guidi, despota della Galleria sita nel sotterraneo di Palazzo Strozzi. In lui Carlo L. Ragghianti ravvisava il leader degli uscieri comunali e pur conoscendone l'indole, responsabilizzandolo in occasione di ogni mostra riusciva a farlo lavorare e a far da pungolo al lavoro coscienzioso degli altri addetti alle esposizioni. Finché non fu 
assegnato definitivamente all'Istituto del Riconoscimento ci fu anche la cara persona di Aldo Barlacchi, uno spilungone con un popò di pomo d'Adamo, persona e impiegato modesto, semplice e di buon carattere la cui passione fu costruirsi interamente una bicicletta – impresa a cui collaborai con entusiasmo ma poca pratica – nel minuscolo giardino con fontana e puttino minuscoli e qualche filo d'erba, con una casa minuscola con una moglie così scialba e silente, affranta dal fatto di non poter avere figli, che non ricordo nemmeno se anche lei fosse minuscola. Nell'ufficio al 2° piano il capo gerarchico era il vecchio Alfredo Giunti, con la figlia sarta, svanito quando gli faceva comodo e bonariamente un furbone, lo assisteva il Tosi Vincenzo, provvisto di una testa tonda che sembrava sferica nonostante i capelli: persona pacata, aveva vissuto in guerra l'affondamento della corazzata nella quale era marinaio. Nel sotterraneo c'era anche un tipo viscido, tal Beconi, uno scansafatiche ipocrita, “schiavetto” del Guidi. Nel 1954 comparve un individuo subdolo, un po' veramente handicappato di testa, però equivoco fino all'ambiguità e – mi duole dirlo – perciò protegé del Righi. Era chiamato Paolino il Grullo, e lo ricordo perché fu assegnatario nel 1954 di parte dell'abitazione di Viale Petrarca n.14 dove i Ragghianti avevamo vissuto dal 1952 al 54 disponendo di un giardino che definirei più che soddisfacente per le esigenze di noi ragazzi. L'altro motivo per cui l'ho iscritto negli annali dei subalterni di Palazzo Strozzi fu che quasi sempre quando incrociava C.L.R. gli domandava: “gli è vero, professore, che Palazzo Strozzi gli è artistico?”. Con espressione ilare (ma lo era sempre) e insieme compunta. Quello che è certo è che faceva felice Righi e girare … le scatole a mio padre.
F.R. (27 giugno 2018)

venerdì 12 ottobre 2018

Letture non professionali di Licia Collobi - Damon Runyon.


Alfred Damon Runyon (1880-1946) è stato un giornalista di cronaca, divenuto celebre negli Stati Uniti per il suo umorismo e la chiave molto personale e avvincente con cui riferiva gli avvenimenti. Successivamente divenne sceneggiatore e scrittore satirico, brillante e gergale con una decisa connotazione spiritosa ed originale. Dei suoi numerosi racconti di difficile traslazione e di conseguenza poco noti in Italia prima e dopo la guerra – e tuttora ignorati – in Archivio ho scovato questo Sapersi spogliare, racconto che riprendo da “L'Europeo” – fondato e diretto da Arrigo Benedetti, un lucchese amico e conterraneo di C.L. Ragghianti – pubblicato l'11 agosto 1946, quattro mesi prima della morte dello scrittore.
Questo raro racconto lo voglio dedicare al ricordo – che temo d'avere ancora soltanto io, se non altro per ragioni anagrafiche – della spensierata allegria che la lettura di Damon Runyon suscitava in nostra madre Licia. Questa sua gradevole scoperta letteraria era anche la conseguenza, per quel che posso ricordare, della lunga frequentazione di quel lazzerone (politicamente parlando) di Wodehouse, di Jerome K. Jerome e altri scrittori prevalentemente anglosassoni. Anche di questi autori la mamma ci fece ampie letture e resoconti riassuntivi e, siccome erano tradotti nella nostra bella lingua, almeno a Rosetta e a me – più tardi ad Anna – attaccò il virus della loro lettura (e qualche volta nel tempo rilettura).


Nei primi anni dopo la guerra, ed anche saltuariamente dopo, quando a Rosetta e a me si unì il comprendonio del terzo fratello (n. 1946) la mamma ci intratteneva qualche volta per divertirci – e tenerci uniti e calmi al contempo – con racconti parafrasati delle storie amene scritte da Damon Runyon. Naturalmente lei aveva letto nella lingua originale queste short stories, rigorosamente intrise di slang americano, nelle edizioni disponibili nella benemerita Biblioteca circolante del Gabinetto Vieusseux, allora ancora al pian terreno e nelle cantine di Palazzo Strozzi. Poi ce li adattava con molta inventiva – pensandoci ora – ad una lingua o italiantriestina o “firenziggiante” del Goldoni in veneziano, che conosceva a menadito fin dall'infanzia, con effetti degni del successivo Grammelot di Dario Fo. Me ne resi conto quando più tardi (c.1960) di questo scrittore lessi in italiano Bulli e pupe, praticamente l'unico suo libro tradotto in italiano soltanto nel 1956 da Longanesi, sulla scia del clamoroso successo dell'omonimo film diretto da Joseph Mankiewicz e interpretato da Marlon Brando, Joan Simmons e Frank Sinatra. Allora noi eravamo grandicelli: io ero in quinta ginnasio e odiavo Marlon Brando perché le mie compagne di classe idolatravano quella specie di bodda in fieri.
Perciò non vidi il film e il libro nella mia bulimia lettoriale francamente veniva ben dopo i Miserabili, Guerra e Pace e gli altri classici che divoravo. La mamma poi allora palesava altre letture predilette riposanti, dai giallo-neri della Série Noire di Gallimard (interesse in comune con C.L.R. e con Roberto Longhi o Anna Banti o entrambi), ai gialli Longanesi, Garzanti e Mondadori, al proto femminismo (con qualche partecipazione quello di Simone De Beauvfoir, mentre detestava Mary McCarthy, che aveva conosciuto di persona), a Tobino e altri amici di famiglia scrittori talvolta prolifici, i suoi poeti rivisitati e nuovi (vedere post dell'8 maggio 2017) o quant'altro riusciva a inglobare nella sua memoria piuttosto eccezionale alle altre letture – accurate – professionali per i suoi studi specialistici e i saggi e le recensioni per “SeleArte”. La televisione non l'avevamo per scelta genitoriale e fu adottata soltanto nel 1964 (dopo l'omicidio di J.F.K.), quando con la scusa della piccola Anna (n.1956) che si sentiva emarginata dai coetanei e delle Olimpiadi di Tokyo che “interessavano i ragazzi”, il “cinema” in casa fu accettato e accolto.
F.R. (3 settembre 2018)


martedì 9 ottobre 2018

[glossario] Forma (4)


                                 da "SeleArte" n.29 (mar.-apr. 1957).



Joseph Hofmiller (25 aprile 1872 - 11 ottobre 1933) è stato uno studioso e un critico assai prolifico, ed anche traduttore e insegnante di lingue romanze. Ha studiato in particolare Friederick Nietzche, criticandolo severamente e respingendo i principali concetti della sua filosofia. Concludeva la sua analisi complessiva però affermando:

"Cosa rimane di Nietzche? Resta abbastanza. Resta sempre più prezioso di un sistema che non è mai stato tale. Resta il critico e il diagnostico del tempo. Resta, non nell'uso della parola tedesca, ma nel francese, il moralista: il miniaturista e l'estraneo della filosofia, l'autore di aforismi. Le tre opere di medie dimensioni rimangono le più lunghe: "Umano, All Too Human", "Dawn", "The Joyful Science". Ciò che rimarrà sono le pagine les plus belles, come i francesi chiamano le loro selezioni. Ciò che rimane sono i dettagli: osservazioni, idee, pensieri, stati d'animo, massime e riflessioni nella misura in cui sono indipendenti dal suo presunto sistema. L'artista rimarrà, il poeta rimarrà."

sabato 6 ottobre 2018

Novità su Carlo Piaggia

Dopo aver licenziato l'ultimo post comprendente gli scritti di “Arte nera africana” dei coniugi Ragghianti, vedo su "FCRL Magazine” n.11, 2017 – rivista della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca – la promozione del libro Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (vol.I). Penso che sia opportuno pubblicizzare questo libro anche su questo blog, data l'aderenza ad una parte del contenuto di questa serie di post. Perciò riportiamo di questa impegnativa impresa editoriale la copertina e il testo redazionale dell'editore perché illustrano chiaramente l'importanza di una pubblicazione, la quale diviene anche di una certa attualità a causa dei tormentati odierni rapporti italiani ed europei anche con quella parte dell'Africa a suo tempo indagata da Piaggia.
Vedendo che a questo libro ha partecipato come autore anche Giorgio Tori, archivista e storico, colgo l'occasione di ricordare che fino a 
qualche mese fa egli è stato apprezzato, equilibrato Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Centro Studi Carlo Ludovico e Licia Ragghianti di Lucca. Ci si presenta anche l'opportunità per ringraziare Giorgio Tori a nome di Rosetta, Anna e Francesco Ragghianti e di complimentarci per il suo operato nei confronti della Fondazione, della sua gentilezza verso Rosetta Ragghianti che ha voluto confermare come Vice presidente, e per ultimo ma non meno importante, per la stima sempre manifestata nei riguardi di Carlo L. Ragghianti. Fatto tra l'altro attestato dalla lontana e giovanile adesione di Giorgio Tori (“Vice archivista di Stato, Lucca”) all'Appello promosso da C.L. Ragghianti per la salvaguardia del Patrimonio artistico e storico italiano, pubblicato nel 3° elenco di “Critica d'Arte”, n.96 (giugno 1968).
F.R. (10 settembre 2018)


mercoledì 3 ottobre 2018

Arte dell'Africa nera, 4 (1980-1987).

Licia Collobi Ragghianti

Anche in questo lasso di tempo il contributo di Licia Collobi alla “Critica d'Arte/SeleArte” per l'arte in Africa fu modesto. Nel fascicolo n.172-174, lug.-dic. 1980, a p. 240 da un rendiconto della Guida del Museo di Montreal (Canada) dove tra l'altro cita (riprodotta) una 


scultura Dogon del sec. XIX. Il fascicolo n.2 della serie editore Panini (lug.-sett. 1984, p.84) recenscisce la importante mostra Arte dell'antica Africa tenuta a Monaco di Baviera. (Erroneamente questo breve articolo nella Bibliografia degli scritti è attribuito a Carlo L. Ragghianti).